
Certe serate non finiscono quando si spengono le luci.
Restano addosso, come il vento dopo una discesa. Come quella sensazione che hai quando smetti di pedalare e il corpo continua ad andare.
A Mattinata, per il GAG – Giro ad Anello del Gargano – ho avuto il piacere di presentare Ilaria Fiorillo, autrice di Di biciclette e altre felicità. Il GAG, organizzato da Moveng di Sara e Michele, non è stato solo un evento. È stato un movimento vero, fatto di persone arrivate da tutta Italia per pedalare insieme a giro sul Gargano. Già questo basterebbe a dire molto. Che la bici, quando trova spazio, crea comunità. Che non è una nicchia. Che è una possibilità concreta.
E dentro questo contesto, la presenza di Ilaria non era casuale.
Perché Ilaria oggi non è solo un’autrice. È diventata una voce riconoscibile, un punto di riferimento. Una donna che ha iniziato raccontando la città in bicicletta su un profilo Instagram, quasi per gioco, e che oggi è una vera e propria influencer della mobilità sostenibile. Ma detta così rischia di essere riduttiva. Perché dietro quella parola c’è molto di più. C’è un lavoro quotidiano di racconto, di costruzione di comunità, di presenza nei luoghi, nelle scuole, nelle città.
Nel 2023 è stata eletta “Sindaca delle biciclette di Milano” da bycs, una ONG internazionale che promuove il cambiamento urbano attraverso la bici. Non è una carica simbolica e basta. È il riconoscimento di un ruolo reale. Di qualcuno che non si limita a raccontare, ma prova a incidere.
E già da questo si capisce che non stavamo presentando semplicemente un libro.
Stavamo parlando di una visione.
Durante la presentazione, una frase è rimasta sospesa tra le persone, come qualcosa che non si può liquidare con un applauso. “Salire in sella è un atto d’amore”. Verso sé stessi, verso la comunità, verso il pianeta. Non è una frase poetica. È una frase politica. Perché significa che ogni volta che scegli la bici stai facendo una scelta che riguarda anche gli altri.
E allora la domanda arriva inevitabile, e non è comoda.. perché le nostre città non ci permettono di fare questa scelta?
Parliamoci chiaro. Le nostre città, soprattutto quelle piccole, quelle di pianura come le nostre, non hanno scuse. Non hanno salite impossibili, non hanno distanze ingestibili, spesso hanno anche tratti di piste ciclabili. Eppure la bici resta ai margini. A volte viene addirittura ostacolata. Ci sono città, come la mia, purtroppo, in cui si fanno appelli per togliere le ciclabili, per restituire spazio alle auto. Quando succede, non è un problema urbanistico. È un problema culturale.
Ilaria, rispondendo alle domande, lo ha detto con una chiarezza disarmante, non è solo una questione di infrastrutture, è una questione di mentalità. La scusa più comune è sempre la stessa, la bici è pericolosa. Ma la verità è un’altra, molto più scomoda. La bici è pericolosa perché abbiamo costruito città pericolose. Continuiamo a girare in tondo dentro questo meccanismo, più auto generano più paura e quindi meno bici, meno bici generano più spazio per le auto. Nel frattempo le ciclabili restano vuote. Non perché non servano, ma perché non le abbiamo mai rese davvero vive.
E allora diventa chiaro un passaggio fondamentale. Non basta disegnare una pista ciclabile. Bisogna creare occasioni per usarla. Bisogna costruire comunità, generare esperienze, mettere le persone nella condizione di vivere la bici come qualcosa di normale. Quello che è successo a Mattinata con il GAG è esattamente questo. Persone che arrivano da tutta Italia per pedalare insieme. Non per fare una performance, ma per condividere uno spazio, un tempo, una visione.
Perché la bici non è solo mobilità. È relazione. È tempo restituito. È presenza. È la possibilità di fermarsi, di guardare, di attraversare davvero un luogo invece di limitarci a passarci dentro.
E qui sta il paradosso delle nostre città. Viviamo in luoghi che si attraversano in pochi minuti, eppure scegliamo l’auto anche per distanze minime. Abbiamo piste ciclabili e le trattiamo come un errore, come un ingombro. Poi diciamo che la bici non funziona. La verità è che non funziona il modo in cui abbiamo deciso di vivere le città.
Il libro di Ilaria parla di felicità. Ma non è una felicità astratta, non è una parola da copertina. È una felicità concreta. È arrivare senza stress, è non cercare parcheggio, è sentire l’aria addosso, è avere il tempo di accorgersi delle cose. È una felicità accessibile. E forse è proprio questo che ci mette in difficoltà.
Non servono rivoluzioni impossibili. Servono scelte. Serve proteggere quello che già c’è, invece di smontarlo. Serve collegarlo, renderlo utilizzabile, raccontarlo in modo diverso. Soprattutto nelle città come le nostre. Perché se non funziona qui, non funzionerà da nessuna parte.
E alla fine, la verità è molto più semplice di quello che vogliamo far credere.
Non servono biciclette da migliaia di euro. Non serve essere atleti. Non serve nemmeno sentirsi pronti.
Io giro la mia città con una vecchia Lombardo Siena 100. Fa ancora il suo. Ma soprattutto fa quello che deve fare. Mi porta dove devo andare, mi restituisce il tempo, mi ricorda che la città non è fatta per essere attraversata di fretta.

È fatta per essere vissuta.
E forse, alla fine, è tutto qui il segreto.
Non dovremmo farci dire cosa comprare, come spendere i nostri soldi e come vivere le nostre case e le nostre città. Dovremmo imparare a scegliere come vivere il nostro tempo.
Raffaele Niro