Buon cristiano

Nel pane e nella distanza

Mi chiamo Raffaele Niro.
E il mio cognome, Niro, un giorno forse meriterà un racconto a parte.
Oggi no.

Oggi è giusto ricordare che una parte importante del mio sangue, della mia storia familiare, del mio stesso corredo emotivo e genetico porta un altro nome.
Buoncristiano.

Per chi è di San Severo, Buoncristiano significa pane.
Forni.
Farina.
Generazioni che impastano lavoro e dignità.

È un cognome che profuma di crosta calda, di levatacce, di mani infarinate.
E ogni volta che nei Promessi Sposi arrivo all’assalto ai forni, io non posso fare a meno di pensare a quel ramo della mia famiglia.
Li immagino lì, a difendere il pane come si difende la sopravvivenza.

Poi però la storia cambia strada.

Perché a metà del secolo scorso, quando il Sud offriva più partenze che opportunità, parte della mia famiglia prese la via di Milano.
Non fu una semplice emigrazione.
Fu quasi una colonizzazione familiare.

Uno dei pionieri fu mio zio Antonio Buoncristiano, fratello di sangue della memoria di mia madre, insieme a sua moglie Ada.

Non so con certezza quale fosse la sua occupazione a San Severo.
Ma so che a Milano non fece il fornaio.

Aprì un negozio di frutta e verdura.

I Buoncristiano, almeno lì, smisero di vendere pane e iniziarono a distribuire altra forma di sostentamento.
Frutta.
Verdura.
Nutrimento.
Sempre vita, in fondo.

Zio Antonio fu molto più di un emigrato riuscito.
Fu un apripista.
Ogni volta che qualcuno, giù al paese, aveva bisogno di una possibilità, lui tendeva la mano.
Portava a Milano.
Salvava.
Accoglieva.

Lo fece con nipoti, sorelle, parenti.
Con chiunque avesse bisogno di una strada nuova.

Milano, per lui, non era solo una città.
Era diventata una missione.

Ci costruì una famiglia.
Una casa.
Una stabilità.
E, in qualche modo, una piccola rete di salvezza per altri sanseveresi in cerca di futuro.

Quando tornava a San Severo, soprattutto durante la Festa del Soccorso, il suo arrivo era spesso preceduto da cassette di frutta.
Io i primi kiwi della mia vita li ho conosciuti grazie a lui.

Sembrerà poco.
Ma a volte l’infanzia si sedimenta proprio così.
In un frutto esotico arrivato da lontano.
In una voce che mescola milanese e dialetto sanseverese.
In una figura che porta il Nord a Sud senza mai recidere davvero il filo.

Era profondamente legato alla sua terra.
Ma Milano se l’era scelta.
E quella città, con il suo benessere possibile, rappresentava per lui il sogno realizzato.

Forse era milanista.
Di certo guardava a Berlusconi con una simpatia che, più che politica, era simbolica.
Vedeva in lui l’incarnazione di quella Milano capace di trasformare disperazione in riscatto.

Per milioni di emigrati meridionali, Milano è stata questo.
Una scommessa feroce.
Un sacrificio.
Una seconda nascita.

E mio zio Antonio, nel suo piccolo, è stato uno di quelli che ce l’ha fatta.

Ma soprattutto è stato ciò che il suo cognome prometteva.

Un buon cristiano.

Buono davvero.
Di quella bontà rara, quasi infantile, disarmante.
Una bontà senza strategie.
Senza calcolo.
Senza doppiezze.

Ieri, a 84 anni, dopo lunghi anni di malattia, se n’è andato.

Non lo vedevo da molto tempo.
Forse troppo.

Le sue notizie mi arrivavano attraverso mia madre, che continua a custodire i legami familiari con quella forma antica e autentica di dedizione che oggi sembra quasi rivoluzionaria.

Perché certe famiglie restano unite non per convenienza.
Ma per senso profondo delle proprie radici.

E i Buoncristiano, almeno per come li ho conosciuti io, hanno sempre avuto questo sapore.

Sanno di pane.
Di sacrificio.
Di partenze.
Di cassette di frutta.
Di dialetti mescolati.
Di mani tese.

Oggi se ne va un uomo.
Ma resta una storia.
Resta una lezione silenziosa.
Resta quel cognome che sembra quasi un comandamento.

Buoncristiano.

E forse, in tempi come questi, essere davvero buoni è una delle forme più rare e rivoluzionarie di grandezza.

Ciao Zio, ti voglio bene.

Raffaele Niro