
Ci avevano promesso la libertà.
Ce l’hanno venduta a rate.
Consegna prevista in trenta giorni lavorativi, mutuo trentennale, tasso variabile, sorriso del consulente incluso. E noi lì, emozionati come davanti a un altare, a firmare la nostra piccola resa in salotto buono. Pensavamo di comprare una casa, spesso abbiamo comprato una preoccupazione con cucina abitabile.
Il 25 aprile ci ricorda uomini e donne che spezzarono catene vere, ferri veri, regimi veri. Gente che saliva sui monti con le scarpe rotte per restituire dignità a chi era stato piegato. E noi, figli di quella liberazione, che facciamo?
Ci ammanettiamo con le nostre stesse mani.
Ci leghiamo a debiti che chiamano sogni.
Ci chiudiamo in appartamenti blindati dove la paura ha preso residenza prima di noi.
Mettiamo inferriate alle finestre per difenderci dai ladri e intanto perdiamo il cielo.
Installiamo antifurti così sensibili che il primo sospetto lo hanno verso di noi: entri in casa tua e sembra di violare una banca.
Ogni sirena improvvisa ci fa saltare il cuore in gola.
Ogni rumore sul pianerottolo è un assedio.
Ogni notizia al telegiornale diventa serratura aggiunta, telecamera nuova, allarme più potente.
Viviamo assediati da ciò che temiamo e intanto non vediamo ciò che ci sta già rubando la vita.
Ci hanno rubato il tempo.
Ci hanno rubato la serenità del poco.
Ci hanno rubato il gusto semplice di spendere per necessità o per gioia, senza dover dimostrare nulla a nessuno.
Perché anche i soldi, quando arrivano, spesso non li spendiamo per vivere: li spendiamo per rappresentarci male.
Status symbol. Marchi. Oggetti scelti non perché ci servono, ma perché devono parlare al posto nostro. Auto che ci somigliano meno di una bicicletta arrugginita. Telefoni più intelligenti di certe conversazioni. Vestiti che costano quanto una vergogna e durano meno di una stagione.
Compriamo simboli e perdiamo sostanza.
Il nuovo nemico forse è questo: una paura organizzata e un desiderio telecomandato.
Ti fanno tremare per venderti protezione.
Ti fanno sentire incompleto per venderti completamenti.
Ti fanno credere libero mentre scegli soltanto tra modelli diversi della stessa gabbia.
Il 25 aprile allora non è soltanto memoria di chi ci liberò dal nazifascismo. È domanda feroce sul presente: da quali catene dobbiamo liberarci oggi?
Dalla paura che ci isola.
Dal debito che ci piega.
Dal confronto continuo che ci svuota.
Dalla vetrina permanente in cui siamo merce di noi stessi.
Dall’idea che valiamo quanto possediamo.
Forse la Resistenza, oggi, comincia anche così:
una finestra senza sbarre, quando possibile.
Una spesa senza ostentazione.
Un desiderio scelto davvero.
Un tempo sottratto al ricatto della produttività.
Una casa vissuta come rifugio e non come fortezza.
I partigiani liberarono le piazze.
Noi dobbiamo liberare le stanze.
E soprattutto liberarci da quella cella invisibile dove il carceriere ha il nostro volto, la nostra firma in fondo al contratto, le nostre impronte sulle manette.
Raffaele Niro