La promessa di Tizio | Premio del Pubblico al Premio Federico II – Daunia & Sannio 2026

Ci sono vittorie che assomigliano meno a una medaglia e più a una restituzione.

Come se una storia, dopo essere stata seminata nella terra giusta, tornasse indietro con il passo lento delle stagioni, portando con sé il peso buono delle radici.

Quest’anno, al Premio Federico II – Daunia & Sannio, il Premio del Pubblico per il mio racconto La promessa di Tizio ha avuto per me proprio questo sapore.

Non soltanto la gioia di essere stato ascoltato.
Non soltanto l’onore di un riconoscimento.
Ma qualcosa di più profondo.

Una conferma.

Perché La promessa di Tizio non nasce semplicemente da un’idea narrativa.
Nasce da una visione del mondo.

Prende ispirazione dalla figura quasi leggendaria di Tizio di Monte Sant’Angelo, uomo capace di acquistare terreni non per costruire, non per possedere, non per speculare, ma per lasciare intatto.
Per proteggere.
Per sottrarre la terra all’avidità.
Per impedire che il cemento divorasse ciò che il silenzio custodiva.

Un gesto apparentemente semplice, eppure rivoluzionario.

Comprare per non consumare.
Possedere per difendere.
Esistere controcorrente.

Nel mio racconto, quella promessa l’ho trasportata a Castelluccio Valmaggiore, luogo dell’anima e dell’altitudine, dove il paesaggio non è sfondo, ma voce.
Dove la terra non è merce, ma memoria.

E forse non è un caso.

Perché proprio lì, un anno e mezzo fa, in uno di quei misteriosi intrecci che solo le cose dotate di senso sanno generare, io e il Maestro Mario Rucci raccontammo L’uomo che piantava gli alberi durante una serata dedicata alla memoria di Pasquale Cacchio.

Anche allora si parlava di custodia.
Di uomini capaci di opporsi al deserto.
Di resistenza silenziosa.
Di futuro.

Oggi comprendo ancora meglio che quella narrazione non era isolata.
Era una tappa.

Un seme.

La promessa di Tizio raccoglie quella stessa eredità morale e poetica.

Racconta che esiste ancora una forma possibile di eroismo civile.
Che difendere il paesaggio significa difendere la nostra parte più umana.
Che la terra può essere amata senza essere violata.
Che il progresso, quando dimentica il limite, spesso coincide con una perdita irreparabile.

Ricevere il Premio del Pubblico per una storia simile significa sapere che queste riflessioni non appartengono solo a chi scrive.

Appartengono a molti.

A chi sente che la bellezza non può essere svenduta.
A chi sa che custodire è un atto rivoluzionario.
A chi comprende che ogni collina salvata, ogni bosco rispettato, ogni orizzonte preservato è una promessa fatta alle generazioni future.

E allora grazie.

A chi ha letto.
A chi ha ascoltato.
A chi ha scelto questa storia.

Perché in fondo, più che premiare un racconto, avete premiato un’idea antica e necessaria… che la terra non ci appartiene.

Siamo noi, semmai, ad appartenere ad essa.

Raffaele Niro