
A volte la poesia arriva come una carezza.
Altre volte arriva come un pugno preso in faccia mentre il mare continua a salire.
“Faro de la Jument” di Lucio Toma è uno di quei libri che non cercano rifugio nell’eleganza del dire poetico. Non cercano nemmeno il compiacimento dell’immagine bella. Cercano, piuttosto, di restare in piedi. E già questo, oggi, è moltissimo.
Il titolo prende il nome da uno dei fari più pericolosi al mondo, costruito nell’Atlantico, al largo della Bretagna, in mezzo agli schiaffi delle onde e alla furia del vento. Un faro che resiste. E Lucio Toma capisce che proprio lì, in quella sfida continua tra pietra e tempesta, c’è una metafora possibile dell’essere umano. Del corpo. Della malattia. Della fragilità che non si arrende.
Così il libro diventa un atlante di cicatrici. Un diario di sopravvivenza scritto con parole che odorano di disinfettante, sale, sudore, sangue e ironia. Perché dentro queste poesie convivono le TAC, le dialisi, gli aghi, le sale operatorie, ma anche i parcheggiatori abusivi, le fake news, le guerre viste in televisione mentre si cena, i tratturi, gli ulivi, il corpo del padre che invecchia e quello del figlio che cresce.
Non c’è alcuna separazione tra biografia e mondo.
La ferita personale diventa ferita collettiva.
Ed è forse questa la forza più grande del libro. La capacità di non chiudersi mai nell’autocommiserazione. La malattia non diventa spettacolo del dolore, ma lente per guardare meglio tutto il resto. Per capire quanto siamo diventati assuefatti alle bombe, alle ingiustizie, ai corpi dimenticati. Quanto facilmente “facciamo il callo” a tutto.
Lucio Toma scrive una poesia piena di attriti. Una poesia che inciampa volutamente nella strada, nel parlato, nei cortocircuiti del linguaggio contemporaneo. Eppure, proprio lì dentro, quando meno te lo aspetti, compare una luce antica. Una specie di preghiera laica che non pretende miracoli ma ostinazione.
“La poesia è sempre una preghiera”, scrive in uno dei testi più belli del libro.
E forse è davvero così.
Forse continuiamo a scrivere, leggere, ascoltare poesia non per salvarci del tutto, ma per resistere qualche minuto in più al rumore del mondo.
Giovedì 21 maggio avrò il piacere di dialogare con Lucio Toma a Monte Sant’Angelo, nell’ambito della terza edizione del Festival dell’Inclusione organizzato dal Comune di Monte Sant’Angelo. Un’occasione preziosa per attraversare insieme un libro che parla di dolore senza pietismo, di corpo senza retorica e di umanità senza maschere.
Perché certi libri non chiedono di essere semplicemente letti.
Chiedono presenza. Silenzio. Resistenza.
Raffaele Niro